martedì 28 gennaio 2014

Sfincia di San Giuseppe

Sono i dolci caratteristici che tradizionalmente si mangiano a Palermo il 19  marzo nella ricorrenza della festa di San Giuseppe, una delle celebrazioni più antiche e tradizionali del sud Italia e di questa città.


Hanno alcune caratteristiche particolare, quali una forma irregolare, e sono inoltre condite con crema di ricotta, grani di pistacchio e scorza d’arancia candita.
Sono sempre ed ogni caso fritte in grassi ed addolcite con miele o zucchero, così come facevano gli arabi che le chiamavano “le sfang”.
E ancora oggi, a distanza di secoli, l’esecuzione della ricetta è la medesima: Sfincia,sfincitedda e sfinciuni indicano a loro volta prodotti diversi, appartenenti ora a preparazioni salate, ora a preparazioni dolci, provenienti ugualmente dalla stessa famiglia delle sfincie.

Il nome deriva dal latino “spongia” cioè spugna, e questi a sua volta dal greco “sfoggia”. Dunque frittelle morbide, gustose e asimmetriche, che sembrano delle vere e proprie spugne. Molti però fanno appunto derivare il vocabolo dall’arabo “sfang” col quale viene indicata una frittella di pasta addolcita con il miele.

Ingredienti:
- 400 g. di farina
- 50 g. di strutto
- 10 uova
- 1 cucchiaino di bicarbonato
- 1/2 litro d’acqua
- Olio di semi o strutto
- un pizzico di sale

Esecuzione:
Scaldate l’acqua con il sale, sciogliertevi lo strutto e incorporatevi la farina lavorando energicamente per non far formare grumi.
Unite una alla volta le uova. Lavorate l’impasto fino ad ottenere un composto uniforme e ben amalgamato.
Lasciate riposare il tutto (1/4 d’ora circa), avendo pero’ cura che non lieviti. Mettete quindi a scaldare l’olio di semi (l’olio dev’essere abbondante) in una padella dal bordo alto. Con un cucchiaio, versare nell’olio bollente le noci di impasto. Le noci vanno tenute separate, vanno rigirate di continuo e sopratutto vanno “battute” con un mestolo di legno affinchè la pasta gonfi e non formi grumi duri. Una volta dorate per bene, vanno farcite con crema di ricotta e spolverate con zucchero a velo.

La storia della tradizionale Vampa in onore di San Giuseppe la potete leggere qui  è la storia dei falò e poi è anche la festa dei papà, e nel mio paese il Patrono, leggi qui
I festeggiamenti si svolgono in tre giorni salvo qualche variazione organizzativa, solitamente sabato, domenica e lunedì. La domenica è sempre dedicata alla processione. Il simulacro ligneo, restaurato nell’anno 2005 dal professor Gaetano Correnti di Misilmeri, riportato nel suo più antico splendore settecentesco, viene portato a spalla da 40 giovani portatori per le vie del paese al grido di "viva san Ciusieppi chi stivali" a causa delle calzature con le quali l'artista originario ha voluto raffigurarlo. Durante la processione vengono effettuate le tradizionali "volate degli angeli": bambini sospesi in aria tramite delle funi che recitano poesie in onore del santo. Il tutto si conclude con i tanto attesi e spettacolari giochi d'artificio. I tre giorni sono immersi in un’atmosfera straordinaria: il suono della banda musicale, il rullo dei tamburi, la sfilata dei cavalli, leluminarie che abbelliscono le vie cittadine, così come gli spari dei mortai che annunciano i giorni di festa, questi come tante altre cose sono suggestioni ormai care al casteldaccese che aspetta questi momenti con ansia. La festa, crogiolo straordinario di luci, suoni, colori, sapori e folklore rimane il momento aggregativo più forte per la comunità casteldaccese, che oggi come allora continua a stringersi ai piedi del suo Patrono per cercare ancora una volta aiuto e protezione. Per maggiori informazioni: qui

Anche loro fanno parte della famiglia

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